13/02/09

Trilussa : un monumento da scoliosi

Il nome di Trilussa(1871-1950) è ben noto ai romani e un po' meno ai turisti fuori regione e ritengo sconosciuto, per ovvi motivi linguistici agli stranieri se non residenti da tempo nella capitale.
In realtà il vero nome di Trilussa era Carlo Alberto Salustri, il suo pseudonimo quindi altro non è che l'anagramma del suo cognome.
Trilussa era un poeta arguto e salace che scriveva i suoi componimenti in dialetto romanesco ed il cui nome viene spesso associato a quello di atri poeti dialettali come Giocchino Belli e Cesare Pascarella.
Egli coglieva dai fatti quotidiani e dagli eventi salienti della vita cittadina lo spunto per la creazione di sonetti sarcastici e di pungente ironia che colpivano, per la sintesi e quello humor tipico ancora adesso del gergo romanesco.
Anche in tarda età non perse mai la sua frizzante arguzia e quando venti gorni prima della sua morte venne nominato senatore a vita, commentò l'incarico con le parole:" M'hanno nominato senatore a morte ".
Quando 4 anni dopo la sua morte avvenuta il 21 dicembre del 1950 venne inaugurato nella piazza che porta il suo nome, nei pressi di Ponte Sisto, un monumento in sua memoria realizzato da Lorenzo Ferri, al momento della caduta del drappo che ricopriva le sembianze del poeta vi fu un generale moto di disapprovazione tra il pubblico e soprattutto tra gli amici poeti, intervenuti alla cerimonia.
Questa disapprovazione poi venne espressa con veemenza da alcuni di loro che raccolsero il sentire pubblico e lo tramutarono in versi.
Il primo ad elaborare un componimento di protesta fu Amilcare Pettinelli ma i versi più graffianti e incisivi furono quelli di Guasta, pseudonimo dell'umorista Guglielmo Guastaveglia, direttore in quegli anni del giornale satirico "Travaso delle idee".

Lo abbiamo trovato nella bella raccolta di curiosità romane di Willy Pocino e lo trascriviamo affinchè lo rammentiate quando vi troverete a passare da Piazza Trilussa.

Pover'amico mio, chi t'ha stroppiato?
Tu che vivo parevi un monumento,

ner monumento pari un disgrazziato,
tu ch'eri tanto bello, fai spavento.

Io me ce sento rabbia, me ce sento,
de nun poté conosce st'ammazzato

che prima t'ha scolpito a tradimento
poi mette in mostra er corpo der reato.

Tutto pe' sbieco, mezz'a pecorone,
lui po' ringrazzià Iddio che nun te vedi

arrinnicchiato accanto ar Fontanone.
Se te vedessi Trì nun ciabbozzavi

e benché t'abbia fatto senza piedi,
ma sai li carci in culo che je davi.

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